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Heri dicebamus. Cause remote (e recenti) di un dialogo difficile sulle prospettive metodologiche di una canonistica non più subalterna al centralismo della Curia romana

Avvicinamento morbido, epperò rilevantissimo all’assoluto kantiano dell’imperativo categorico, è senza dubbio l’idea su cui poggia il ripudio del fondamentalismo, e con esso la graduale ricezione di una prassi di tolleranza (tendente a orizzonti sempre più ampi) nell’etica cattolica contemporanea: “norma prossima dell’azione non è la coscienza retta ma è la coscienza certa, anche se per caso erronea”; idea, mediante la quale distinguere tra foro interno e esterno è azione che si carica di un significato decisivo. Chi la rifiuta, non è cattolico. E che questa elasticità sia condizione per l’evangelicità di ogni cristianesimo storico lo mostra la tolleranza autorizzata agli albori del concilio, seppure in peculiari situazioni (dal S. Uffizio o dalla Penitenzieria, poco importa) alla presenza di credenti granitici nel comitato centrale di partiti dichiaratamente atei.

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